La rivoluzione, ormai senza maiuscola, si aggira come un fantasma nel mondo attuale. E i fantasmi sono quanto oggi rimane delle grandi pretese – qualcuno si ostina ancora a chiamarle speranze, attese, aspirazioni –, delle dottrine politiche del Novecento. Secolo passato o forse non del tutto. Il dibattito odierno è però una sorta di grande mortaio in cui tutte le categorie del secolo scorso vengono ridotte a morchia e residuo. A cui si vuole restituire forzatamente una parvenza di vita, che significa rilevanza e influenza sugli eventi odierni. Ma se a scomparire sono le rivoluzioni, con i loro aggettivi qualificativi: russa, comunista, fascista, liberale, femminile, viola, capitalista, tecnologica, e chi ne ha più ne metta, imperterrita e indiscussa rimane la “rivoluzione”, il suo concetto e la sua tenuta categoriale. Meglio dello spazio e tempo kantiano sembra conservare integro il suo fascino euristico. Tutto vorrebbe ancora spiegare e giustificare.
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