Della morte non si può più parlare. È parte integrante della vita, ne accompagna tutte le fasi ma, per paura, ignoranza o scaramanzia, molti non osano neppure pronunciarne il nome. In questo saggio, che d'improvviso si fa romanzo, senza mai perdere la vocazione poetica, Ottieri analizza le influenze del morire sul vivere, consapevole che una vita intensa non può che contemplare costantemente la propria fine. Chi non sa accostarsi alla morte, mentre vive, non è mai veramente vissuto. Complice una lunga malattia, l'autore si sofferma sull'idea della fine in un confronto impervio e appassionato con le posizioni della psicoanalisi, della psichiatria, della medicina, ossia della scienza, così impotente nell'orientarsi oltre il perimetro dell'esistenza. Diventa perciò essenziale un dialogo con uomini di religione, filosofi e teologi, partendo da posizioni laiche, ma in rapporto con una dimensione metafisica che rispecchia lo slancio più profondo dell'uomo. Con l'inquietudine intellettuale che l'ha sempre contraddistinto, Ottieri aggiunge un tassello prezioso alla speculazione filosofica sul senso della vita.
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