Racconto incompiuto, o più probabilmente frammento iniziale di romanzo, Ledwina non è l’unico sentiero interrotto sul percorso creativo di Annette von Droste-Hülshoff (1797-1848): ardua impresa era scrivere libri, nella Vestfalia della Restaurazione, per una donna appartenente alla piccola aristocrazia agraria e cattolica e non disposta a sradicarsene. La stessa Ledwina (1819-1825) enuncia con precoce lucidità questa contraddizione: vi si affrontano infatti gli opposti universi dell’integrazione sociale e della solitudine elettiva. Il testo svela la propria costitutiva ambiguità aggirandosi ossessivamente intorno al tema del matrimonio, e costruendo un’eroina che viene punita con l’imminenza della morte appunto perché sceglie, o almeno sogna, lo statuto della verginità. All’efficacia perfino aggressiva di questo discorso nulla avrebbe aggiunto un ulteriore svolgimento narrativo. Nelle nostre mani è un’opera compiuta: indefinibile quanto al genere, ma perfetta nella sua irriducibile singolarità. Tuttavia il suo destino, dal punto di vista dell’autrice, è stato quello di un’opera persa: sepolta in un cassetto per sessant’anni, Ledwina è stata pubblicata solo nel 1886, e senza particolare fortuna, neppure in Germania. Il mancato matrimonio, l’arroccamento su una solitudine tanto socialmente debole quanto necessaria per coltivare, sia pur nell’incertezza, ambizioni di scrittura, non sono bastati alla Droste per trovare la forza di proiettare nel Grande Mondo, al di là del confine irrinunciabile, questo suo strano fiore.
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